Parlare e scrivere oggi: l’italiano dell’uso medio
Da un incontro con il professor Marcello Aprile è nata un’interessante conversazione sull’italiano dell’uso medio, che prende le mosse da un articolo di Francesco Sabatini del 1985. Di seguito ecco alcuni stralci di quanto il professore ha osservato.

     

Più di trent’anni fa, nel 1985, un articolo di Francesco Sabatini intitolato L’italiano dell’uso medio: una realtà tra le varietà linguistiche italiane cambiò le prospettive di studio della lingua italiana contemporanea.

Che cosa fa di questo articolo di una trentina di pagine la pietra miliare per tutto quello che è seguito?

L’aspetto più interessante e innovativo del lavoro di Sabatini è quello relativo alla divisione dell’italiano in due varietà.

Da una parte c’è l’italiano standard, la varietà alta, utilizzata prevalentemente in situazioni formali: nello scritto di livello elevato e nei discorsi scritti per essere letti, per esempio quelli parlamentari.

E poi c’è, finalmente, l’italiano dell’uso medio, la varietà relativamente informale i cui tratti

possiedono le seguenti caratteristiche:

 

·         sono panitaliani;

·         sono usati da persone di ogni ceto e di ogni livello di istruzione;

·         formano sistema, cioè si ritrovano “solidalmente” in uno stesso tipo di discorso;

·         non sono limitati al discorso “orale-non pianificato”, ma risultano pienamente funzionali anche per un discorso “scritto-pianificato”, purché non decisamente formale.

 

Insomma, Sabatini ha individuato una varietà che parliamo e scriviamo tutti, in ogni angolo d’Italia, in ogni situazione, e in modo sostanzialmente indipendente dal nostro grado di istruzione.

Dal momento che chiunque di noi insegnanti, prima di entrare in classe per l’ora di italiano, si chiede almeno una volta quale lingua insegnare ai ragazzi, cioè ai cittadini di domani, vale la pena che ci soffermiamo su una serie di domande.

Su quali tratti dell’italiano dell’uso medio vale la pena di insistere?

Quali vanno decisamente evitati e quali al contrario vanno ormai incoraggiati?

Infine, quali – ed è la cosa più difficile – vanno affiancati alle varianti più formali?

Perché bisogna che gli alunni sappiano cambiare il proprio modo di parlare e scrivere in italiano secondo la situazione comunicativa. La vera sfida di insegnare italiano oggi è in fondo tutta qui, visto che esiste un rapporto provato al di là di ogni ragionevole dubbio tra parlare bene e pensare in modo articolato e logico.

La grammatica, insomma, non serve solo alla grammatica.

 

Parlare l’italiano

 

Cominciamo da quello che la scuola e gli insegnanti di italiano non dovrebbero fare: impartire lezioni di dizione ai loro piccoli studenti.

Il nostro italiano quotidiano risente, in modo più o meno diretto e chiaro, del luogo in cui siamo nati e viviamo.

Spesso, la nostra regione di provenienza è individuabile non appena apriamo bocca. Non c’è molto di male in questo, a patto di eliminare i tratti troppo vistosi e pesanti nella pronuncia, e i tratti percepiti come scorretti.

Ci sono due settori, in particolare, in cui da tempo si è rinunciato a una norma comune per tutti gli italiani.

 

Il primo è l’apertura e la chiusura della e e della o. A proposito di questo aspetto le posizioni sono diverse e controverse.

Esiste una pronuncia di riferimento, quella fiorentina, che sembra valere, però, solo per chi fa professioni particolari, come l’attore di prosa, o, un tempo, l’annunciatore. Sta di fatto che nel 1975 la riforma della Rai ha messo tutte le pronunce regionali su un piano di parità, per cui non c’è bisogno di corsi di dizione neanche per fare lo speaker o il giornalista televisivo.

 

C’è poi un altro test molto importante: la pronuncia della s quando cade tra due vocali. Semplificando, a nord del Po si pronuncia sonora (cioè le corde vocali, quando diciamo la s di rosa, asino, presidente, vibrano). A sud del Po, invece, queste parole si pronunciano normalmente senza che le corde vocali vibrino.

Chi ha ragione? Nessuno. Per avere la risposta “giusta” dobbiamo tornare a Firenze: e allora si dice rosa con la s sonora, ma asino e presidente con la s sorda. Una soluzione ci sarebbe: imparare a memoria una lista sterminata di parole con la s “giusta” volta per volta. Ma gli insegnanti italiani, che tutti i giorni sono alle prese con verbo scritto senza l’accento o con qual è scritto con l’apostrofo, hanno davvero il tempo di insegnare la corretta pronuncia di una sequela di e aperte e chiuse e di s sorde e sonore?

 

Scrivere l’italiano

 

Il sistema di scrittura è ampiamente stabile. Chi legge ancora i romanzi di Emilio Salgari, che per i bambini fino agli anni Settanta sono stati classici formidabili, si imbatte in tre fenomeni che oggi conferiscono una patina démodée ai libri del Capitano.

 

Il primo era la cosiddetta i prostetica messa davanti a s più consonante in sequenze come per ischerzo, in Isvezia, in Isvizzera: nell’italiano dell’uso medio queste espressioni non si utilizzano più, e ormai anche nella varietà più formale sono del tutto disusate.

 

Così come è disusata la d eufonica dopo la congiunzione o: amare od odiare non lo scrive proprio più nessuno, e complessivamente la d eufonica, un must delle nostre vecchie scuole elementari, è sempre più rara anche dopo e e dopo a.

 

E ancora. Se facciamo un’indagine statistica, scopriamo che, al di là dei casi obbligatori, anche l’apostrofo (l’elisione) non se la passa troppo bene. Certo, l’insegnante deve esercitare la massima sorveglianza sull’uso corretto dell’apostrofo nei casi di articolo indeterminativo: si scrive, senza eccezioni, un altro ma un’altra, e non ci dobbiamo fare commuovere dalla tradizionale resistenza degli alunni a quest’imposizione, così come dobbiamo essere inflessibili in casi come qual è, mai con l’apostrofo.

Ma tolti questi casi, chi scrive più gl’inglesi, s’è desta, m’è successo

 

Questi tre casi sono accomunati da una spiegazione.

Noi tendiamo a scrivere le parole sempre nello stesso modo, non in modo diverso secondo la situazione. Non una volta scherzo e una per ischerzo, non una volta ad Enzo e una a Enzo. È un processo lento ma costante di semplificazione che agli insegnanti non pone alcun problema. Noi dobbiamo insistere solo sul fatto che un amico non si scrive con l’apostrofo; sul resto possiamo essere larghi e tolleranti, perché non è da questo che si giudica la crescita intellettuale dei nostri alunni.