Scuola e orientamento: Orientamento, come svolgerlo e perché è importante

Che cos'è l'orientamento? La risposta a questa domanda nella scuola e nella didattica è cambiata sensibilmente nel corso dell'ultimo decennio. Da momento circoscritto di formazione e informazione a processo continuo che accompagna la persona nel corso della sua intera formazione.
Prendiamo consapevolezza del rapporto tra didattica e orientamento formativo: una sfida nuova, un'ambizione più grande!

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Orientamento: fino a ieri
Che cosa è l’orientamento? Un qualsiasi docente di scuola secondaria, fino a poco tempo fa, avrebbe saputo rispondere con facilità a questa domanda.
Avrebbe saputo dire che si trattava di un percorso di formazione e informazione, dedicato a studentesse e studenti degli ultimi anni del ciclo scolastico della secondaria di primo o secondo grado, nel quale si cercava di far combaciare gli interessi, le attitudini e le capacità degli individui con l’offerta per il proseguimento del percorso educativo.
Parliamo quindi di un'occasione circoscritta, relativamente al tempo e agli operatori coinvolti: questo percorso era infatti concentrato negli ultimi due anni di percorso (secondo e terzo nella scuola secondaria di primo grado, quarto e quinto nella secondaria di secondo grado) e demandato per lo più a figure specifiche del mondo della scuola e dell’università, genericamente definiti “referenti per l’orientamento”, o a esperti esterni dell’ambito psicologico o pedagogico.
All’insegnante di classe, nella secondaria di primo grado, era richiesta la partecipazione alla stesura del cosiddetto “consiglio orientativo”. Questo momento era molto sentito dalle famiglie, e considerato come una sorta di passe-partout per il futuro, in grado di aprire ma anche chiudere innumerevoli porte.
Nella scuola secondaria di secondo grado, l’interesse e il coinvolgimento nel percorso di scelta di alunne e alunni era invece sostanzialmente demandato alla sensibilità e all’empatia del singolo docente.
 
L'ampliamento dell'orizzonte: orientamento come formazione continua

L’idea di orientamento scolastico sopra esposta è ovviamente molto riduttiva, e si riferisce al generoso impegno di insegnanti che, il più delle volte, si basano sull’esperienza acquisita, sul buon senso e sulla conoscenza dell’offerta sul territorio. Non è di certo un bagaglio da poco, ma manca di una visione a largo raggio e di una programmazione a lungo termine.
Fuori dalle aule scolastiche, invece, la riflessione era già da tempo su un altro livello. Le dinamiche dell’orientamento professionale sono state infatti studiate fin dagli inizi del XX secolo: tali studi hanno proposto approcci di volta in volta diversi e in continua evoluzione.

Fino agli anni ’60 nel XX secolo, l’orientamento, pur nella diversità di modelli esistenti, si basava in sostanza sull’idea di adeguare la persona alla posizione lavorativa, attraverso l’intervento di figure professionali di ambito psicologico e il ricorso a strumenti specifici e circoscritti quali test e colloqui. In questo modo, al centro del processo non si trovava l'individuo, ma i processi o i bisogni della società.
Importanti mutamenti si manifestarono solo dalla seconda metà del XX secolo, in particolare con lo sviluppo della teoria dello sviluppo vocazionale dello psicologo statunitense Donald Super. Nel solco di queste nuove prospettive, l’orientamento diviene un viaggio, il cui protagonista è la persona, che deve essere accompagnata verso la presa di “coscienza di sé, […] per l’adeguamento dei suoi studi e della sua professione rispetto alle mutevoli esigenze della vita, con il duplice obiettivo di contribuire al progresso della società e raggiungere il pieno sviluppo della persona”, usando le parole della Raccomandazione conclusiva sul tema dell’orientamento del Comitato di esperti al Congresso internazionale UNESCO di Bratislava (1970).
Questo principio teorico generale porta, negli anni, all’affermazione di un modello che Federico Batini, professore di Pedagogia sperimentale presso l'Università di Perugia, definisce “teoria dell'orientamento come educazione continua”. Questa tipologia di modello pone l’accento, pur nella diversità dei possibili metodi proposti, sul concetto di life long learning, cioè sull’idea che il processo orientativo non sia limitato ad alcuni momenti significativi, ma accompagni la persona nel corso della sua intera formazione.
In questa prospettiva lo scopo diventa più ampio e più ambizioso: si tratta di rendere la persona in grado di costruire la propria personalità, progettare il proprio futuro, e far sì che questo possa realizzarsi attraverso scelte consapevoli.

In sostanza, più che orientare un individuo dall’esterno, si dovrebbe facilitare in lui o in lei competenze di “auto-orientamento”, spendibili poi negli ambiti più disparati.

 
Nuova teoria e nuova pratica: la normativa 2015-2019
Un momento significativo nella regolamentazione dell’orientamento scolastico è stata senza dubbio la legge 107/2015, conosciuta come "La buona scuola”, che ai commi 33-43 introduce l’alternanza scuola-lavoro come obbligatoria non solo negli istituti tecnici e professionali, ma anche nei licei. L’intento è con ogni evidenza avvicinare la scuola al mondo reale, per mettere studenti e studentesse nelle condizioni di compiere scelte più consapevoli anche a medio termine. È infatti chiaro che, soprattutto per studentesse e studenti dei licei, l’inserimento lavorativo è un tema rilevante quanto lontano e vago.
Un altro passaggio rilevante è contenuto nelle “Linee guida dei percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (PCTO)”, promulgate a seguito della legge 145/2018. Queste indicazioni mettono l’accento sulle “competenze chiave per l’apprendimento permanente” proposte dalla Raccomandazione del Consiglio europeo del 22/5/2018, in vista delle quali i PCTO acquistano caratteristiche di maggiore elasticità.
Le competenze chiave a cui si fa riferimento non sono esclusivamente di carattere disciplinare, ma hanno scopi e campi applicativi assai più ampi, poiché sono volte alla "realizzazione e lo sviluppo personali, l’occupabilità, l’inclusione sociale, uno stile di vita sostenibile, una vita fruttuosa in società pacifiche, una gestione della vita attenta alla salute e la cittadinanza attiva”.
 
Esse sono distinte in otto tipi:
  • competenza alfabetica funzionale;
  • competenza multilinguistica;
  • competenza matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria;
  • competenza digitale;
  • competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare;
  • competenza in materia di cittadinanza;
  • competenza imprenditoriale;
  • competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali.
 
Lo sviluppo di queste competenze, come suggerito dalla Raccomandazione, deve essere implementato in un contesto “di apprendimento permanente, dalla prima infanzia a tutta la vita adulta, mediante l’apprendimento formale, non formale e informale in tutti i contesti, compresi la famiglia, la scuola, il luogo di lavoro, il vicinato e altre comunità”. Tali competenze assumono quindi un carattere globale, che non si limita a specifici momenti di apprendimento ma accompagnano tutto il percorso di formazione individuale.

Partendo da quanto detto dunque il ruolo della scuola emerge come centrale, e non può limitarsi alla “trasfusione” di conoscenze fisse e uguali per tutti. Lo sviluppo completo dell’individuo e l’acquisizione delle cosiddette “soft skills”, che permettono di piegare, applicare e calare le conoscenze apprese nella propria vita, diventano il vero obiettivo da raggiungere.
D’altra parte, insegnanti e figure della formazione potrebbero obiettare che questa consapevolezza li abita ormai da decenni.  Risulta ormai chiaro, infatti, che proprio questo debba essere la scuola: un luogo di formazione alla vita attraverso l’acquisizione della consapevolezza di sé e del mondo, a partire dalle conoscenze e in direzione delle competenze e delle abilità.
Ma se queste nuove linee legislative non dicono nulla di nuovo, nella pratica quotidiana dei e delle docenti è talvolta faticoso allontanarsi da uno schema rassicurante, quello della lezione frontale unidirezionale: insegnante che parla, studenti e studentesse che ascoltano. Questa modalità è tipica di un insegnamento che va facendosi obsoleto: ben più sfidante è avventurarsi nel complesso mondo dell’interazione, nel quale chi sta in cattedra, più che insegnare contenuti precostituiti, facilita l’apprendimento di studenti sui quali deve essere collocato il fulcro dell’interesse, e che devono diventare protagonisti del loro percorso di crescita.