Laboratori STE(A)M senza stress. Quattro trucchi
Da docenti capita di guardare alla Settimana STEM con un timore latente: che si traduca in un carico di lavoro aggiuntivo o, peggio, in un "banco d’esame" su attività tecnico-pratiche che, proprio per le loro caratteristiche, risentono fortemente di fattori ambientali e contingenti che modificano i risultati. E quale fattore ambientale più imprevedibile di una classe all’opera in un ambiente destrutturato?
La sfida pedagogica risiede proprio nel ribaltare questa prospettiva. Ma come?
Il laboratorio non è il luogo della dimostrazione di una verità già scritta nel manuale, ma un’officina di co-ricerca dove l’insegnante smette i panni di unico depositario del sapere per indossare quelli di facilitatore di processi.
«Per natura sono una perfezionista e non è stato facile accettare di mettere a rischio l'immagine esterna che do di me: competente, rigorosa, sempre in grado di rispondere a tutto. Ma dai primi laboratori con i ragazzi e le ragazze qualcosa si è sciolto e via via: mi sono permessa di sperimentare e di divertirmi. Credo sia questa positività che prima di tutto si trasmette a chi è intorno a me o mi guarda» ci racconta Kate Biberdorf, professoressa di Chimica presso l’University of Notre Dame du Lac (Indiana, USA) e divulgatrice scientifica molto seguita.
Le abbiamo chiesto qualche consiglio per lavorare con i più giovani in laboratorio senza farci venire i capelli bianchi, ed eccoli qui.
1. Delegare l’azione, lavorare sul setting
Se interpretiamo questa settimana come un’opportunità per delegare l’azione agli studenti, il carico di lavoro non aumenta. Piuttosto cambia, orientandosi verso un ruolo di facilitazione e di osservazione partecipante.
- Sul piano pratico non serve preparare "effetti speciali": la vera innovazione didattica consiste nel predisporre l’ambiente e le domande, lasciando che siano i ragazzi e le ragazze a negoziare le soluzioni.
- Il vero lavoro sarà su di noi: dovremo predisporci a ridurre al minimo gli interventi, non storcere il naso di fronte alla scelta di percorsi inattesi da parte dei gruppi di studenti (scelta che discuteremo a posteriori, sulla base dei risultati), a dare rinforzi positivi a chi è più titubante ad intervenire o a partecipare, a fidarci. Insomma, un bel esercizio di autodisciplina! Ci sosterrà la consapevolezza che, in questa occasione, lasciarli muovere liberamente vale più della perfezione dei risultati.
2. "Sbagliando si impara": dai valore all'errore altrui
Dobbiamo avere il coraggio di cambiare la lente con cui ragazze e ragazzi osservano la realtà. Nella ricerca autentica, l'errore non è un fallimento, ma un dato. Se un esperimento riesce, esso corrobora le nostre aspettative; ma è quando un esperimento "fallisce" che si attiva il vero pensiero laterale.
Insegnare a gestire la frustrazione del risultato inaspettato significa allenare la resilienza cognitiva, quella dei ragazzi e anche la nostra.
Qualsiasi cosa accada sarà l’occasione per ricordare ai nostri studenti e studentesse che la storia della scienza è costellata di serendipità: si pensi alla scoperta della penicillina, nata proprio da un "errore" di contaminazione. Interrogarsi su ciò che è andato storto trasforma il laboratorio in un’esperienza iterativa, dove ogni passo falso è un frammento di conoscenza in più.
E quando qualcuno ci contesta ricordiamo con serenità che c’è una grande saggezza nell'antico adagio "sbagliando si impara".
3. Educazione civica e orientamento in un colpo solo
In linea con le Linee Guida STEM del MIM, le attività laboratoriali prendono anche un valore orientativo e, se svolte in gruppo, allenano soft-skills e competenze civiche.
Scegliamo di far lavorare ragazze e ragazzi in gruppi, chiarendo che in ogni step (parte laboratoriale, parte di restituzione) ciascun membro del gruppo dovrà avere un ruolo attivo.
Anche la valutazione dovrà essere di tipo formativo: la correttezza o efficacia dei risultati sarà solo un parametro secondario della valutazione (30%); per altro 40% conteranno la capacità di partecipare in prima persona e la capacità di stimolare, aiutare e coinvolgere gli altri del gruppo, lavorando in modo paritario; un 30% sarà assegnato alle doti del gruppo di agire in modo resiliente e creativo, ad esempio per gestire un imprevisto o nell’introdurre aspetti originali nei procedimenti.
Il laboratorio diventerà così un’esperienza parificante: davanti a un problema inedito, le gerarchie tradizionali si sfumano. La collaborazione diventa l’unica via per il successo del gruppo.
Sul piano delle competenze civiche:
- toccare con mano come non solo la preparazione, ma anche la leadership, la creatività e l’empatia incidano sui processi di ricerca;
- migliorare le competenze relazionali e sociali;
- acquisire poche informazioni ma con un alto grado di importanza, poiché sperimentate e correlate a un momento emotivamente positivo.
Inoltre, sosterremo un orientamento consapevole, presentando un’immagine della scienza realistica e attrattiva.
decostruire l’immagine stereotipata del "triste genio solitario in camice bianco" (figura che, comprensibilmente, fa apparire le carriere scientifiche come poco attrattive). Certo, ogni scienziato o scienziato ha il suo carattere e c’è chi lavora soprattutto in solitaria, ma che si tratti di confronti a distanza o di team di ricerca, la scienza è sempre un’impresa collettiva e profondamente umana.
4. E in caso di domande scomode?
In questo setting, da insegnanti non dobbiamo temere di non avere tutte le risposte: il "non lo so, scopriamolo insieme" è, pedagogicamente, la lezione più potente che si possa impartire durante questa settimana.