Enrico Galiano rilegge san Francesco
La Legge 151/2025 ha istituito la festa nazionale di Francesco d'Assisi, da celebrare il 4 ottobre, in occasione degli 800 anni dalla morte. Per l'occasione Enrico Galiano, insegnante e scrittore, riapre il Cantico delle Creature e rilegge il Laudato si' con occhi nuovi.
Francesco d’Assisi e quel “per” che ci lega al mondo
inizio XX secolo, xilografia. Amsterdam, Rijksmuseum.
A volte le parole più importanti sono quelle che quasi non si vedono.
Le preposizioni, per esempio. Piccole, discrete, sempre lì a fare il lavoro sporco mentre sostantivi e verbi si prendono tutti gli applausi.
Nel Cantico di frate Sole, Francesco ne usa una che sembra innocua: «Laudato si’, mi’ Signore, per frate sole». E poi ancora: per sora luna e le stelle, per frate vento, per sora acqua, per frate focu, per sora nostra matre terra.
Quel per ha fatto discutere generazioni di studiosi. Può significare “a causa di”: Dio sia lodato perché ha creato il sole, l’acqua, il fuoco. Può significare “da parte di”: Dio sia lodato dalle sue creature. E può significare “attraverso”.
È questa terza possibilità che oggi mi sembra la più bella.
Dio sia lodato attraverso il sole. Attraverso l’acqua. Attraverso il vento, il fuoco, la terra.
Perché quel per, visto così, cambia tutto.
Vuol dire che per guardare in alto, Francesco deve passare da qui. Dalla luce che entra da una finestra, dall’acqua che bevi quando hai sete, dal calore del fuoco, dalla terra che ti dà da mangiare.
Il cielo, insomma, si raggiunge passando per il mondo. E forse è proprio questa la cosa che abbiamo dimenticato.
Siamo dentro la fotografia
Noi della natura parliamo spesso come se fosse lo sfondo.
Andiamo “nella natura”, torniamo “a contatto con la natura”, facciamo una vacanza “immersi nella natura”. Poi rientriamo a casa, chiudiamo la porta e ci convinciamo di esserne usciti.
Come se l’aria che respiriamo non venisse da lì. Come se il nostro corpo non fosse fatto di acqua, terra, sali minerali. Come se bastassero un divano, una connessione internet e un supermercato aperto fino alle dieci per renderci autosufficienti.
Francesco questa illusione la manda in frantumi con poche parole.
Il sole è fratello. L’acqua è sorella. La terra è sorella e madre. Nessuno sfondo, quindi. Siamo tutti dentro la stessa fotografia. E oltretutto non siamo neanche quelli al centro.
Questa forse è la parte più difficile da accettare. L’essere umano ama sentirsi protagonista, meglio ancora regista, possibilmente anche proprietario della sala. Francesco invece lo rimette al suo posto. Accanto agli altri esseri viventi, dipendente da loro, legato a loro.
Dipendiamo dall’acqua, dall’aria, dal sole, dalla terra.
E dipendere non dovrebbe essere una parola di cui vergognarsi. Significa che abbiamo bisogno. Che da soli duriamo pochissimo.
Il problema comincia spesso dalle parole
Quando chiami un bosco “legname”, hai già cominciato a tagliarlo.
Quando chiami un fiume “risorsa idrica”, stai già pensando a quanta acqua puoi tirarci fuori.
Quando chiami una montagna “giacimento”, le hai già scavato dentro.
Insomma: le parole preparano i gesti. Anzi: sono già gesti. Già azioni.
Francesco ne sceglie altre: fratello, sorella, madre. Le parole cambiano la distanza dalle cose.
Francesco fa proprio questo: toglie alla natura l’anonimato. Se l’acqua diventa sorella, la terra madre, il sole fratello, se qualcosa riceve un nome di famiglia, smette di essere soltanto uno sfondo. Entra nella tua vita. E, inevitabilmente, anche nella tua responsabilità.
Il Cantico ci ricorda che il rispetto nasce anche dal nome che diamo alle cose. È più facile sfruttare qualcosa quando la consideriamo materia. Diventa più complicato quando la sentiamo parte della famiglia.
Tornare umani
Ottocento anni dopo la morte di Francesco, la questione ambientale viene spesso raccontata come una faccenda di numeri.
Gradi in più, centimetri di innalzamento dei mari, tonnellate di anidride carbonica, percentuali di ghiaccio perduto.
Numeri necessari, naturalmente. Ma i numeri da soli raramente cambiano il modo in cui viviamo.
Francesco prova un’altra strada: ricostruisce il legame.
Ci dice che la terra non è una cosa sotto i nostri piedi. È ciò da cui veniamo, ciò che ci nutre, ciò a cui torneremo. Ci ricorda che l’acqua non è soltanto qualcosa che scorre dentro un fiume o, per noi, esce dal rubinetto. Prima di arrivare lì ha attraversato nuvole, montagne, falde, tubature. Ha fatto un viaggio lunghissimo per finire dentro un nostro bicchiere, che spesso lasciamo a metà.
Tornare umani, allora, significa ricordare questa dipendenza. Significa ammettere che il mondo può esistere senza di noi, mentre noi senza il mondo facciamo poca strada.
Significa anche recuperare il senso del limite, parola ormai considerata quasi offensiva. Vogliamo tutto, subito, sempre. Più velocemente, più comodamente, possibilmente consegnato entro domani.
La terra, però, ha altri tempi. Un albero non cresce più in fretta perché abbiamo fretta. Un terreno sfruttato ha bisogno di riposo. Una falda prosciugata non si riempie con un aggiornamento dell’app. Forse l’armonia di cui parla Francesco comincia proprio qui: accettare che non tutto debba obbedire ai nostri desideri.
Una lode scritta nel dolore
Del Cantico si ricordano soprattutto il sole, l’acqua, i fiori colorati e l’erba.
Ma Francesco lo scrive quando è malato, stanco, quasi cieco. Nella sua lode entrano anche la sofferenza, la tribolazione e la morte.
Questo lo rende ancora più vicino a noi. Francesco non canta un mondo perfetto perché perfino lui, col suo sguardo colmo d’amore per la vita, sapeva che non lo era. Francesco canta il legame con il mondo: che è più forte perfino del dolore che può provocare.
Forse oggi ci manca soprattutto questo: sentirci parte.
Ci comportiamo da padroni e poi ci scopriamo soli. Accumuliamo oggetti, aumentiamo le connessioni, consumiamo più di quanto l’umanità abbia mai consumato, e intanto cresce la sensazione che niente ci riguardi davvero.
Quel piccolo per ci riporta indietro. Ci ricorda che la vita passa attraverso qualcosa e attraverso qualcuno. Attraverso l’aria, il cibo, l’acqua. Attraverso le persone che ci hanno cresciuti, quelle che ci stanno accanto, perfino quelle che ci fanno inciampare e poi ci costringono a capire chi siamo.
SI dice che nessuno si salvi da solo. Francesco aggiungerebbe: nessuno vive da solo.
Forse dovremmo partire da qui. Dal capire che salvare la terra non è un gesto generoso compiuto da noi nei suoi confronti: è un modo per non spezzare il legame che tiene in vita anche noi.
Tutto dentro una preposizione. Tre lettere appena, sufficienti però a ricordarci una cosa che continuiamo a dimenticare: che siamo vivi solo attraverso il mondo.
Spunti di attività
1. Tre significati per una parola
Il per del Cantico può avere valore causale, indicare l’agente oppure esprimere un mezzo. Riscrivi uno dei versi secondo le tre interpretazioni e spiega come cambia il significato.
2. Il vocabolario del possesso
Raccogli le parole con cui oggi parliamo della natura: risorsa, territorio, consumo, produzione, sfruttamento. Sostituiscile con parole che esprimano un legame. Poi confronta le due liste e prova a spiegare quali comportamenti suggeriscono.
3. Il Cantico delle cose trascurate
Scegli qualcosa da cui dipende la tua vita e a cui pensi raramente: l’acqua, il suolo, gli alberi, l’energia, il lavoro di qualcuno. Scrivi una breve strofa ispirata al Cantico, descrivendone le qualità e il legame che ha con te; poi, insieme alla tua classe, unite tutte le strofe in modo da formare un nuovo Cantico delle creature.